
La scoperta
L’area archeologica di Volusia–Casale Ghella si trova lungo la via Cassia, al chilometro 11, in prossimità dell’incrocio con via di Grottarossa. La sua storia moderna comincia nel 1983, quando una serie di saggi esplorativi portò alla luce un tratto di canaletta antica, verosimilmente collegata a una grande cisterna che i proprietari del fondo — la famiglia Magini — utilizzavano da tempo come deposito per gli attrezzi agricoli, inconsapevoli del suo valore storico.
L’anno successivo la Soprintendenza Archeologica di Roma riprese le indagini con maggiore sistematicità: gli scavi rivelarono una strada basolata di epoca romana e, nelle immediate vicinanze, un mausoleo funerario. L’esplorazione si allargò progressivamente all’intera area intorno al casale Magini, portando alla luce i resti di una villa romana di notevoli dimensioni, poi reinterrata a scopo protettivo.
Il 19 dicembre 1985, a seguito delle perizie condotte dalla ditta del cav. Di Piero sotto la direzione scientifica del dott. Messineo della Soprintendenza, il Ministro per i Beni Culturali emanò un decreto di vincolo archeologico diretto e indiretto sull’intera zona, ai sensi della legge n. 1089/39.
Il territorio e il toponimo
L’area si estende in fondo all’attuale via di Casale Ghella, dal cui nome prende anche denominazione il sito. È conosciuta altresì con il toponimo di Volusia, che designa un comprensorio delimitato a nord dal fosso omonimo e a sud-est dal fosso degli Impiccati.
La zona era già nota agli studiosi per il ritrovamento della celebre mummia di Grottarossa: nel 1964 il suo sarcofago fu identificato all’incrocio tra la Cassia e via di Grottarossa, accanto ad altre sepolture alla cappuccina. Il fatto che queste tombe non seguissero l’orientamento della via consolare suggerì l’esistenza di un diverticolo che si staccava obliquamente dalla Cassia antica per condurre alla villa. Lungo questo percorso secondario si troverebbero sia la tomba della mummia sia il mausoleo scoperto nel 1984 — entrambi legati agli antichi proprietari del fondo e alla loro familia, di cui non sopravvive alcun documento scritto.
Una conferma indiretta di questo diverticolo viene anche dalla strada poderale che si diramava dallo stesso punto della Cassia: essa è esistita fino a quando l’imprenditore Ghella non realizzò il complesso residenziale che oggi occupa le vie Abbadia San Salvatore e Casale Ghella. Fino agli inizi del Novecento tutta la zona era un’unica tenuta agricola della famiglia Sansoni; dopo la bonifica dell’Agro Romano condotta dal regime fascista tra il 1923 e il 1927, il casolare con circa sei ettari di terreno fu ceduto alla famiglia Magini, che vi abitò fino al 1980 circa.
La strada romana

Nel 1984 la presenza di alcuni basoli spostati orientò le ricerche nel settore a ovest della via che conduce al casale. A circa 70 centimetri di profondità dal piano di campagna fu portata alla luce una strada basolata, esplorata per una lunghezza di 44 metri. Il manto stradale, realizzato in trachite vulcanica, è in buono stato di conservazione nonostante alcuni lastroni parzialmente sfaldati, e presenta una larghezza di circa 1,80 metri.
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Il mausoleo

Durante gli scavi del 1984, in corrispondenza di un’interruzione del marciapiede meridionale della strada romana, affiorò un nucleo in conglomerato cementizio accompagnato da un consistente crollo di tegole, mattoni e materiali da costruzione ascrivibili per la maggior parte alla prima età imperiale.
Quello che inizialmente sembrava un semplice accumulo di macerie si rivelò la camera inferiore sotterranea di un edificio funerario con paramento in opera laterizia. La camera, di pianta rettangolare (circa 9,5 × 7,5 metri), è composta da una cella funeraria principale e da un ambiente trasversale lungo il fronte ovest, che presenta un accesso alla zona centrale e le tracce di una volta forse pertinente alla scala di collegamento con il piano superiore. All’esterno, la struttura è rinforzata da speroni su tre lati ed è circondata da un corridoio.

All’interno della camera sono state individuate deposizioni di inumati entro fosse in laterizio, anche a doppio ordine, con copertura a tegoloni poggianti su filari di mattoni sporgenti dalla cortina. Di una sola deposizione è stato recuperato lo scheletro completo, con tracce di corredo funerario costituito da ceramica comune. Le tombe erano state violate in antico: le ossa rinvenute nei livelli superiori erano frammiste a una notevole quantità di ossa di animali di varie dimensioni.
Tra i materiali marmorei raccolti nell’area del casale spicca un’ara funeraria anepigrafe in marmo bianco, di forma quadrangolare, ricavata da un antico blocco (altezza 66 cm, larghezza 40 cm, profondità 26 cm): la mancanza di iscrizioni lascia nell’anonimato i defunti cui era destinata.
La cisterna e la villa
La cisterna
Conservata quasi integralmente presso il casolare, la cisterna è una struttura a due navate in opera mista. Da essa si diparte in direzione sud-est un cunicolo accessibile tramite la scala di un piccolo vano costruito all’estremità sud-orientale; l’accesso principale avviene oggi da una scala moderna sul lato nord-ovest. Quattro pozzi mettono in comunicazione la superficie con i cunicoli sotterranei.
I Romani raccoglievano l’acqua in cisterne poste in posizione elevata e la distribuivano ai campi attraverso una rete di cunicoli e canali, sfruttando la pendenza naturale del terreno e un sistema di chiuse: un’ingegneria idraulica semplice ma straordinariamente efficace.
La villa romana
Nel 1984 gli scavi nell’area adiacente al casale, in prossimità della cisterna, hanno riportato alla luce i resti di una villa romana di notevoli dimensioni. Nonostante i danni causati dai lavori agricoli e dall’installazione di cavi e tubature, la struttura conserva ancora i muri perimetrali — fino a circa 60 centimetri di altezza — di almeno 35 ambienti, realizzati con tecniche diverse: opera quasi reticolata con ammorsature in laterizio, opera mista, blocchetti di tufo.
Alcuni vani mostravano ancora tratti di intonaco dipinto con motivi vegetali; in due ambienti si conservavano pavimenti a mosaico geometrico — in uno dei quali la decorazione intrecciava triangoli bianchi, quadrati azzurri ed esagoni in un raffinato disegno bidimensionale. Non mancavano resti di pavimentazioni in lastre di marmo e zoccolature marmoree.
Un’ala dell’edificio era destinata a uso termale, come attestano i praefurnia (forni di riscaldamento) e le suspensurae — i caratteristici “piedini” in laterizio che sollevavano il pavimento per permettere la circolazione dell’aria calda. Nella parte rustica della villa erano presenti una fornace a camera circolare scavata nel suolo e un torcular, ovvero un torchio, con pavimento in cocciopesto: elementi che confermano la funzione produttiva del complesso.
Al centro del settore meridionale si trovava una piazzola basolata quadrangolare, probabilmente un cortile aperto che potrebbe aver sostituito l’impluvio di un grande atrio originario. I materiali e le strutture murarie nel loro insieme documentano una frequentazione prolungata: dalla tarda età repubblicana fino alla tarda età imperiale, la villa di Volusia fu un centro vitale di questo angolo dell’Agro Romano.